Il vecchio Aqualung stringe il suo bastone al petto. I bimbi si avvicinano e lo osservano, si guardano e si chiedono: "Chissà dove andrà?". Forse un giorno lo incontreremo ed anche a lui potremo dire: "È andata così!".

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martedì 28 novembre 2017

TRAVELLING BLUES

I Brooklyn Dodgers hanno perso 3 partite consecutive, tutte agli extra innings. La prima terminò alla 26esima ripresa, la seconda alla 13esima e la terza alla 19esima. Non c'è da chiedersi perchè gli stessi tifosi soprannominarono la squadra "The Daffiness Boys", Pazzi e stupidi ragazzi.

Le vie di Brooklyn erano sporche. Qua e là sbuffi di vapore salivano verso il cielo grigio, un coperchio di nuvole gonfie. Tutti parlano dei Dodgers. Un gruppetto di bimbi all'angolo della strada si scambiano con interesse le poche figurine dei campioni di baseball, mentre il capo di quella piccola gang, con brevi occhiate, controlla il carretto pieno di donuts e dolcetti. Sta studiando uno stratagemma per distrarre l'ambulante, in modo da poter arraffare un fresco pasticcino profumato. Sono teneri cuccioli spelacchiati con le guance sporche e le ginocchia rigate, segno del continuo grattarsi e del loro modo di sgattaiolare a quattro zampe. Immagini viste in bianco e nero nelle pellicole di Buster Keaton o Charlie Chaplin. Più in là un vecchio vagabondo è sorretto nei suoi passi da un bastone che somiglia ad un grosso ramo d'albero. Lo stringe con le sue mani rugose, le sopracciglia folte nascondono i suoi occhi scuri di un passato avventuroso. Ora si ferma. Il suo respiro è l'affanno di chi dice: "Ormai è andata così". C'era un tempo in cui il vecchio Aqualung si chiedeva: "Chissà come andrà?". Quel tempo è andato, preda del vento come lo sono adesso quei fogli di giornale che svolazzano e danzano nel grigio pomeriggio di Brooklyn. Con la punta del bastone il vecchio riesce a bloccarne uno che casualmente il vento gli aveva deposto ai piedi. Aqualung si ferma. "Wait 'til next year", così era scritto. Da anni quella frase sottolineava l'ennesima sconfitta dei Dodgers. "Chissà, forse l'anno prossimo sarà quello giusto". Il vecchio Aqualung sollevò il bastone e le sue vuote pupille seguirono quel foglio di giornale che riprese la sua danza allontanandosi. Nel cuore del vecchio straccione ogni battito era il desiderio che prima o poi tutto sarebbe successo. I Daffiness Boys non stavano andando bene.

Presi posto all'Ebbets Field, vicino a due tifosi, tanto vicino da sentire ogni singolo commento. Uno guardava il diamante. I Dodgers stavano facendo una rimonta contro i Giants. L'altro era concentrato a scrivere tutte le azioni sul foglio dello scorer. "Hey, guarda", disse il primo affondando il gomito nel fianco dell'altro. "I Dodgers hanno tre uomini in base". L'amico non guardò nemmeno. "Si?", disse in modo distratto, "Quale base?". Ecco, questa era l'attitudine accumulata nel corso degli anni da molti tifosi della squadra. Questi erano i Daffiness Days, dove tutto era possibile, e tutto poteva succedere all'Ebbets Field. Babe Herman fu uno dei più disastrosi corridori sulle basi. Nel 1926, contro i Boston Braves, Herman fu coinvolto in un'azione di gioco inimmaginabile per ogni tifoso di baseball. Hank DeBerry era in terza, Dazzy Vance in seconda, e Chick Fewster era in prima base quando Herman entrò nel box di battuta. Herman colpì la pallina verso l'esterno destro la quale iniziò a carambolare contro il muro. DeBerry segnò il punto. Vance, decidendo di avanzare di una base, arrivò in terza. Fewster invece decise di avanzare di due basi arrivando in terza dove stava Vance. Herman, il più ambizioso di tutti, decise anche lui di arrivare in terza base. All'improvviso vi furono tre corridori in terza. Ma non per molto. Herman arrivò in scivolata e Fewster saltò per evitare la collisione con Herman, il quale venne dichiarato OUT per aver passato Fewster. Vance a quel punto era l'unico in posizione regolare ma venne eliminato per toccata dal terza base, il quale aveva ricevuto la pallina lanciata dall'esterno destro verso il diamante. Nonostante questo assurdo incidente, i Brooklyn vinsero la partita per 4-2. In un'altra occasione Herman ottenne una battuta valida tra l'esterno centro e l'esterno sinistro con un corridore in prima. Sicuro di aver ottenuto un doppio, Herman, a testa bassa, arrivò in prima base per poi proseguire verso la seconda base. L'altro corridore, che era in seconda, pensò che la pallina battuta potesse essere presa al volo. Rapidamente si girò per tornare in prima base. Sta di fatto che entrambi i corridori si incrociarono per proseguire in direzioni opposte. Tutto è successo all'Ebbets Field.

A Montreal, in un tiepido pomeriggio, i ragazzini potevano assistere alla partita con un ingresso gratuito e con posti riservati sulle tribune dell'esterno sinistro. Ziggy, Josh, Sally e Jamie avevano occupato quei posti con l'entusiasmo di essere in prima fila per assistere alla massima attrazione dello spettacolo. Sgranocchiavano noccioline ed erano agitati come dispettosi cuccioli di leone che mordono la coda della madre. Alle loro spalle, in bella mostra, vi era un enorme manifesto pubblicitario raffigurante Miss Sweety Cakes che mostrava sorridente una ghiotta torta a strati, decorata con succose ciliege disposte in tondo sul bordo del dolce. Tuttavia quelle piccole pesti non erano intressati al dolce, ma barattavano le loro noccioline cercando di indovinare quale parte del corpo sarebbe stata colpita dalla pallina di un eventuale fuoricampo. Poco più avanti, in un'altra zona dello stadio, vi era la pubblicità delle lamette da barba: "Hit it here for a blade supply!".

Per quei cuccioli era il paradiso perchè la Domenica i Royals giocavano sempre con lo stadio completo in ogni posto a sedere. C'erano anche parecchi tifosi che si agitavano sul tetto del palazzo Wigham nella zona dell'esterno destro. In mezzo a loro vi era Billy, il più scatenato, che urlava: "Se una pallina mi colpisce in testa è un fuoricampo regolare". Nel 1945, i Royals acquistarono il primo giocatore di origine Ebrea, Kermit Kitman. Fu una grossa novità e la simpatia dei tifosi verso la squadra si trasformò in una forte e profonda passione. Kitman era un esterno centro. I giornali di Montreal non risparmiarono la più piccola porzione di pagina per elogiarlo dopo aver effettuato una sorprendente presa al volo contro Jersey City nello stadio Victoire di Rue Delormier. Nel suo primo turno di battuta Kitman realizzò un homer e dopo la partita si avventurò per le strade di Montreal contento della sua prestazione. Entrò in un Barber Shop all'angolo di St.Catherine e St. Joseph. Il barbiere stava tagliando i capelli ad un uomo seduto, che indirizzò gli occhi verso il giocatore. "Ma tu sei Kermit Kitman?", chiese l'uomo seduto. "Si, sono proprio io", rispose l'atleta, pieno di sè ricordando il suo fuoricampo. "Figlio di puttana, sei stato eliminato in seconda base. Mi sei costato $100".

Altri cambiamenti avvennero nella squadra, dovuti soprattutto ad un forte interesse verso l'allora Negro League. Il GM Branch Rickey ordinò ai suoi talent-scouts di visionare con molta attenzione quella lega ed in particolare un giocatore il cui nome era Jackie Robinson. Jackie fece ottima impressione e firmò il contratto con i Royals il 23 di Ottobre del 1945. Hector Racine, presidente del club disse. "Robinson è un buon giocatore ed è ampiamente raccomandato dai Brooklyn Dodgers. Gli offriremo un buon contratto per giocare col nostro club". Robinson ottenne $600 al mese più un bonus di $3500 in caso di vittoria finale. Nel segregato campo di Daytona, Kitman ottenne una battuta valida. Subito dopo Robinson fece un bunt di sacrificio. Eddie Stanky, coprendo il sacchetto di prima base toccò l'accorrente Robinson in modo sleale e con una spinta lo fece cadere appena superata la base. Robinson, a terra agonizzante per il pugno subito nella zona bassa dell'addome, si rialzò furibondo trattenendo la sua ira e ricordando le parole di B.Rickey. "NIENTE RISSE". Si avvicinò alla prima base togliendosi la polvere dai pantaloni in completo silenzio. Dopo la partita Stanky si recò nello spogliatoio di Robinson scusandosi per l'irregolarità commessa e aggiungendo che aveva dovuto farlo su ordine del GM B.Rickey per metterne alla prova il suo temperamento. Kitman, dopo un inizio stellare non riuscì più a mantenere le aspettative rivelandosi un battitore mediocre e nel 1947 decise di abbandonare il baseball. Ma la grande notizia fu proprio quella dell'Opening Day del 18 Aprile del 46' quando i Royals affrontarono la squadra di Jersey City. Il Montreal Gazzette così titolava. "Il primo uomo della sua razza in una partita di baseball professionistico ha scaraventato la pallina a 333ft. ottenendo un homer e aggiungendo altre 3 valide per la vittoria dei Royals su Jersey City. I Royals di Montreal vinsero il campionato, e fu l'apoteosi. I tifosi dedicarono a Robinson una serenata in tipico spirito francese "Il a gagné ses Epaulettes", incitandolo a presentarsi sul campo per ricevere la standing ovation. Quando Robinson uscì dalla panchina venne circondato da una massa festante di tifosi che lo abbracciarono e lo trasportarono in spalla intorno al diamante. Visibilmente commosso il black-player pregò tutti quanti di lasciarlo andare perchè doveva prendere l'aereo per gli States. Uscì dagli spogliatoi, centinaia di persone lo stavano ancora aspettando. Robinson scappò ma venne inseguito da quella massa di tifosi festanti. Un motociclista gli diede un passaggio all'Hotel, salvandolo così da una fuga inconsueta. I giornali di Louisville, Kentucky, nel sud degli Stati Uniti così scrissero: "Probabilmente è la prima volta in assoluto in tutta la storia dell'umanità, che un gruppo di Bianchi insegue un Negro animati da tanto affetto piuttosto che dall'odio razziale". Tutto questo è successo tanto tempo fa.

Quei piccoli cuccioli seduti sulle tribune ora sono grandi, ma il ricordo di Miss Sweety Cakes è limpido e stampato nelle loro menti. Nessuna pallina venne battuta in quella direzione e nessuna pallina colpì una parte del corpo di Miss Sweety Cakes. Pazienza. Dove non è arrivata la pallina, là arrivarono le piccole mani dei mocciosi. Facendo la scaletta l'uno con l'altro toccarono la torta della Miss senza evitare un contatto con le forme generose del suo corpo. Ma cosa successe a Billy sul tetto del palazzo Wigham?. Billy è steso senza sensi con un ematoma in fronte. Nella sua mano stringe ancora la pallina del fuoricampo e nel suo cuore ha imprigionato il ricordo della più bella botta della sua vita.

Nel frattempo a Brooklyn calano le prime ombre di un tardo pomeriggio, il teatro dell'incertezza. I Dodgers hanno perso ancora. Gil Hodges, con il corridore in seconda, ha girato la mazza a vuoto. "Dannazione Gil", era un lancio interno. Qualcuno guarda tra le pieghe di quelle nuvole gonfie che accarezzano i grattacieli. Chissà, il luccichìo di una stella?. È inutile guardare in alto. Le stelle sono intorno a noi e cadono quotidianamente tra l'indifferenza e il gelido sguardo del disinteresse. Il vecchio Aqualung si è accasciato con la schiena appoggiata contro un cumulo di mattoni, i residui dell'antico muro di un palazzo ormai fatiscente. Stringe il suo bastone al petto, il suo corpo è immobile e la sua testa è reclinata sul fianco. Non respira, ma i suoi occhi cavalcano immobili il grigio di Brooklyn, immersi in quei fogli di giornale cullati dal vento. Ora non si chiede più: "Chissà come andrà". Nel frattempo, quelle piccole pesti dai volti lentigginosi sono riusciti ad impossessarsi di un paio di donuts, che hanno diviso tra di loro. Si avvicinano e osservano il vecchio, si guardano e si chiedono: "Chissà dove andrà?". Forse un giorno lo incontreremo ed anche a lui potremo dire: "È andata così".

                                                     TRAVELLING BLUES
  
Fenway Park era già vecchio appena costruito. Visto dall'esterno è sgradevole, sembra un vecchio deposito di mattoni assemblati disordinatamente tanto da fornire un aspetto informe e sregolato nelle sue prospettive. Può ospitare 36.000 tifosi la cui maggioranza arriva all'ingresso di malumore perchè forzati a parcheggiare la macchina in quel di Worchester, distante qualcosa  come 15 km. Entrano allo stadio in modo caotico, confuso e prendono posto sulle tribune trangugiando birra. Fischiano e deridono la propria squadra quando sono scontenti e urlano in modo stravagante ogni volta che i loro istinti selvaggi vengono deliziati. Fenway Park è unico. Non c'è costruzione al mondo in grado di trasmettere tanto fascino pur possedendo le sue colpe. Come un adulto alle prese con i giochi dei suoi bimbi circondato da una folla rumorosa che lo prende sul serio. L'esterno sinistro è angusto sormontato dal Muro alto 30 mt. E' tanto inquietante da essere soprannominato Mostro Verde e si erge ossessivo ad una distanza di circa 90 mt da casa base. E' così vicino che rappresenta la massima tentazione per i battitori destri, i quali si aprono nella loro posizione di battuta con l'intento di colpire in anticipo per ottenere un fuoricampo. È pazzesco, devi ordinare un biglietto in Marzo per una serie contro i Baltimore in Settembre e trovarti in Aprile con i biglietti per le tribune in alto all'esterno destro. Nonostante tutto, Fenway Park è ampiamente assolto. Con rassicurante energia e certezza, parla in favore della vita che numerosi New Englanders hanno acquisito dalla nascita all'età adulta. Tralasciamo quella parte di vita che si chiama maturità, perchè Fenway è la bellezza, è l'eternità riflessa nello specchio della nostra vita. Chissà, arriverà anche l'età adulta, ma a noi piace così, sempre in crescita. Non c'è limite al magnetismo del Fenway Park.

Ho incontrato due giovanotti con il classico cappellino colorato e la grande B di Boston cucita sopra. Il più giovane, muscoloso e riccioluto mi disse che per avere il biglietto se ne andò a Cincinnati...Si!, proprio a Cincinnati. Raccontò alla moglie che quella sera doveva allontanarsi per lavoro, un lavoro che lo tenne occupato per 4 giorni. Il giovane aveva con se una carta di credito e $ 300 in contanti. Non avendo effettuato prenotazioni in albergo, dormì in una bettola paragonabile ad una casa per appuntamenti. Vi era un frenetico viavai di gente per tutta la notte tanto da non poter chiudere occhio. Il giorno dopo, subito al Fenway per assistere a tutte e 3 le partite. Dopo 4 giorni tornò a casa. Per altri 4 giorni la moglie lo fece dormire sul divano. "Cacchio, com'era incazzata, cacchio, se ne è valsa la pena". Al Fenway, non è come Los Angeles. All'Ovest il baseball è visto come puro intrattenimento, per Boston la partita è come un certificato di sopravvivenza e di rinascita. È l'eterno e antico paganesimo che avvicina i bostoniani alla squadra, il tutto rinforzato dalle dominanti teologie dell'area circostante che sintetizzano annualmente la parabola della tentazione e della debolezza nel Giardino dell'Eden.Il Fenway è il paradiso e la regola teologica è una soltanto, "Let's go Red Sox!".

Poco più in là vidi arrivare un uomo col suo bimbo. Avevano i posti sopra il dug-out della squadra, all'altezza della prima base. Il figlio indossava un caschetto simile a quello dei battitori. Odia i pop-corn e parla solo di Jim Rice. Odia i gelati e vuole l'autografo di Jim Rice. È impaziente perchè aspetta Fenway Franks, gli hot-dog più buoni pubbicizzati da Jim Rice. Critica energicamente Yaz, perchè quando lui gioca, Jim Rice stà in panchina. Il padre sorride e pensa che portare il figlio allo stadio è stato il miglior regalo di compleanno che poteva fare. Il bimbo ha 9 anni, e ne sarebbero passati altri 9 prima di mostrare interesse per la birra, pensò il padre, appoggiando teneramente la mano sulla spalla del pargolo. Poi l'uomo stende il braccio alla sua sinistra coprendo un paio di posti vuoti mostrando così agli altri tifosi, di essere il proprietario di quelle due seggiole. Ed ecco arrivare sua moglie in compagnia della graziosa figlioletta la quale tiene in mano un triangolo di pizza mentre il sugo di pomodoro era sparso qua e la sul bianco vestitino e intorno alla bocca. Nell'altra mano la piccola creatura stringe un pupazzo dei Red Sox il quale aveva un occhio penzolante tanto da provocare qualche lacrimuccia alla bambina. Rincuorandola, il papà la solleva e la fa accomodare in una delle due seggiole libere mentre la mamma con un blazer rosso Sox e jeans controlla con un'occhiata il figlio per farsi notare. "Hi Mom", saluta il bimbo. "Questi sono ottimi posti", dice la donna al marito. "Si, Howard ha fatto una buona scelta". "Devono essere costosi", aggiunge la moglie. "E' tutto ok, lo dovevo fare per il compleanno di Joy. Poi Howard mi dirà il prezzo". "Ci puoi scommettere", conclude con tono risoluto la moglie. "E' stata una gran bella idea", dice il marito con ironia indicando la bambina, "quel vestitino si abbina molto bene con la pizza". "Sono sorpresa che non hai ancora una birra tra le mani", replica la moglie infastidita. Il marito, "Non ti preoccupare, presto ne avrò una".

Martedì, un giorno come un altro per tante persone alle prese con gli affanni quotidiani. Una torrida giornata di Giugno del 1945. Un periodo in cui tanti giocatori non riempivano le prime pagine dei giornali. Erano considerati spiriti, fantasmi, chiusi in un limbo senza via d'uscita. I loro nomi avvolti in fragili bolle di sapone che solo il tempo riuscirà a fortificare per poterli consegnare alla leggenda. Dopo un'attesa di pochi minuti, salii su un bus segregato prendendo posto nei sedili anteriori, al terminal N°12 di Pennsylvania Street per poi scendere alla fermata N°9 in Georgia Avenue. Altri minuti di attesa e sono risalito su un bus integrato che mi ha condotto nelle vicinanze del Griffith Stadium di Washington. Riflettendo, pensavo che quei momenti di quel breve viaggio fossero come una metafora dello stesso viaggio che avrebbe intrapreso il baseball di lì a poco, con rapida evoluzione, dalla segregazione all'integrazione. Stavo per assistere agli ultimi atti di quella che si chiamava Blackball League che durava da oltre 60 anni, da quando Cap Anson, nel 1887, pronunciò quelle parole famose: "Get those Nigger off the field!". Anche lui sarebbe sorpreso dalla rapidità degli avvenimenti, in profonda mutazione col passare del tempo. Scesi dal bus e mentre camminavo venni investito dal gradevole aroma del pane appena sfornato che proveniva dalla parte opposta della strada. Mi fermai e attraversai per far la fila davanti a WONDER-BREAD convinto che un buon panino sarebbe stato il compagno ideale perchè stavo per assistere ad un duello classico nella storia del baseball. Un vero scontro fra titani che vedeva da una parte Satchel Paige, forse il più grande lanciatore della sua epoca, e dall'altra parte Josh Gibson di gran lunga il più forte slugger.

Ero eccitato da quell'avvenimento e lo fui ancora di più nel vedere davanti alla biglietteria una folla brulicante, in piena agitazione per la partita. Quando finalmente entrai nel vecchio stadio, mi accorsi che era completamente pieno. Un enorme gregge di 30.000 persone catturò la mia attenzione al punto che non mi accorsi che ero l'unico, insieme ad altre 3 o 4 persone, ad essere un viso pallido. Un gruppo di ragazzini era accalcato contro la transenna per osservare da vicino Satchel Paige che si scaldava col suo caricamento e col movimento del braccio a mulinello. Qualcosa che oggi non si usa più. Dall'altra parte Josh Gibson stava ricevendo i lanci di riscaldamento. Sembrava un enorme Babbo Natale Nero, soprattutto quando sorrise in seguito al colpo ricevuto al braccio su un lancio che gli era rimbalzato davanti al corpo. Un'altra persona si sarebbe accasciata a terra dolorante, ma non Josh, lui era immune anche alle cannonate. Si parlava anche di un altro gran giocatore. Era Buck Leonard, paragonato a Lou Gerhig, come Gibson a Ruth. Tre anni fa i giornali impazzirono scrivendo che volevano Josh e Buck in squadra con i Senators, ma questo avrebbe creato una spaccatura nella Negro League e qualche stagione vinta per la squadra di Washington. Satchel lanciò 3 riprese, Josh non battè un fuoricampo e i Monarchs vinsero 2-1. Il box-score non venne mai pubblicato. Che strano, forse perchè era una partita di allenamento?. C'era Cool Papa Bell all'esterno centro per i Grays?. Il futuro Hall of Famer, Hilton Smith, è stato il rilievo di Paige come di solito faceva?. Non lo sapremo, nessuno è più in vita per raccontarlo. Gli spiriti ci sono, ma nessuno ci crede. Gravitano in una sospensione onirica, sono il riflesso che sfugge e confonde. È un sogno?. Ho realmente preso quell'autobus in direzione del vecchio Griffith Stadium?. E chi è questo grosso cane, un molossoide che mi segue amichevolmente?. Si, i cani sono accettati nei Ballparks, in altri Ballparks non accettano i negri.

In campo quel giorno c'era un Rookie, uno che aveva giocato a football per la UCLA e che aveva preso posto all'interbase per la squadra dei Monarchs di Kansas City. Si chiamava Jackie Robinson. Quando venne annunciato dallo speaker, il suo nome non aveva nessun significato perchè non c'erano tifosi di football allo stadio. Giocò quell'anno dal Sud al Nord e gli scouts erano molto interessati nel vederlo giocare. A Philadelphia, a Baltimore, i giornali riportavano le statistiche delle partite e quel giorno a Washington lui c'era ma era uno sconosciuto fantasma. Un fantasma tormentato dal sogno che qualcosa di soprannaturale poteva accadere. Aveva fatto un provino con i White Sox ed era pronto per effettuarne un altro con i Red Sox. Gli strinsero la mano dicendogli che se avrebbero avuto bisogno, l'avrebbero contattato. Ma chi ha bisogno di un fantasma?. A quanto pare nessuno aveva bisogno di lui. Nel frattempo Cool Papa Bell gli insegnava come scivolare sulle basi e come rialzarsi prontamente per guadagnarne una in più. "Non hai un braccio da interbase", disse Papa Bell a Jackie, "è meglio che ti sposti nel ruolo di seconda base". Il mondo intero stava esplodendo, ma nessuno delle 30.000 persone allo stadio lo stavano sospettando. Poco tempo dopo il Baseball annunciò il nome del nuovo commissario di Lega, uno del Sud, il senatore A.B. "Happy" Chandler del Kentucky. Un giornalista gli chiese: "Senatore, cosa ne pensa di introdurre i Negri in Major Leagues?". "Diamine, certo che si, sono d'accordo. Se un ragazzo di colore ce la può fare a Guadalcanal, ce la può fare anche nel baseball". Era tutto ciò che il giornalista del Pittsburgh Courier voleva sentire. Era tutta la Luce Verde di cui Branch Rickey aveva bisogno.

La Germania di Hitler cadde un paio di settimane dopo. Hiroshima e Nagasaki seguirono in Agosto. I Washington quasi vinsero la stagione grazie a Bert Sheppard, un ex pugile che lanciò con una protesi di legno ad una gamba. Roy Campanella sposò Ruthe Willis e Humphrey Bogart pronunciò il fatidico "SI" a Lauren Bacall. In Ottobre i quotidiani titoleranno a caratteri cubitali che Robinson avrebbe firmato un contratto con i Dodgers. Nel 46' i Montreal Royals (squadra nel farm-system dei Dodgers), vennero a giocare a Washington. Scrissero i giornali: "Venite a vedere i nuovi giocatori agli ordini di Jackie Robinson". Ero ancora seduto sulle tribune quel pomeriggio. Quel cane mi aveva aspettato. Nessuno si curava di lui e lui non entrava allo stadio con nessun altro eccetto me. Un bimbo si aggirava in mezzo ai tifosi, vendeva gli Hot-Dogs. Era simpatico e tutti lo chiamavano Little D. Un uomo sussurrò qualcosa al mio orecchio: "Lo vedi?, quel ragazzino si chiama Duke Ellington". Quel nome, come quello di Jackie, scivolò dalla mente come la sabbia tra le dita. Un giorno brillerà con la sua orchestra all'ingresso del vibrante Cotton Club. Questa volta Paige non lanciava e anche Gibson non giocava. Buck Leonard fece un homer contro il tabellone, nello stesso punto dove qualche giorno prima l'aveva battuto Charlie Keller degli Yankees. A breve inizierà la nuova stagione dei Senators e Ted Williams batterà un homer nella parte più profonda dell'esterno centro. Mickey Mantle ne farà uno la cui pallina ancora non si è trovata. I Senators perderanno 1-0 contro Chicago, nella partita più veloce di tutta la storia dell'American League: 1 ora e 29 min. Di Maggio sarà il primo a battere 3 Homers in una partita al vecchio Griffith. Tanta gente affollerà lo stadio per vedere Babe Ruth reduce da un 4 su 4 al Forbes Field di Pittsburgh. Tre di quelle battute furono fuoricampi, gli ultimi della carriera del Vecchio Bambino. Non fece homer in quella partita, non fece più homer nella sua vita.

Il mondo stava correndo verso il futuro con la velocità dei nuovi jet, ma in un certo senso il futuro era già iniziato l'anno precedente, nell'attimo in cui presi posto in quel bus segregato di Washington. Ancora oggi, se passate per Georgia Avenue, del vecchio Griffith rimangono soltanto i ricordi e se sentite delle voci attraverso le mura del moderno Howard, non preoccupatevi, non siete pazzi e nemmeno malati. Sono loro che si preparano per perpetrare la leggenda alla quale essi appartengono. E ricordatevi, prima di entrare nello stadio, attraversate la strada e comprate un buon panino al forno da WONDER-BREAD.

Al Fenway i Red Sox stavano ultimando il pregame in difesa. George Scott, l'imponente prima base di Boston si trovava nei pressi del dug-out. Si accorse del piccolo Joy e lo salutò con un ampio sorriso. Scosso da quella presenza gigantesca il bimbo si rivolse al padre, "Daddy, quanto pesa George Scott?". "Molto", risponde l'uomo, "È troppo grasso, ci vogliono tre rimorchiatori per spostarlo". "Perchè non gli fanno perdere un pò di peso?", replica Joy. L'uomo si siede. "Perchè l'unico modo per farlo sarebbe quello di bollirlo, ma non c'è una pentola così grande". Mentre il padre comincia a bere la sua birra, lo speaker annuncia l'ordine di battuta. La moglie, alle prese col suo make-up, non si accorge che la piccola bimba le chiede un bicchier d'acqua. Sotto lo sguardo biasimevole del padre, la donna, sempre indaffarata a sistemarsi il trucco, con tono civettuolo lo ammonisce, "Non riesci nemmeno a rilassarti alla partita". Il marito, per un pò non risponde e dopo un altro sorso di birra, in totale serenità le dice, "Certo...mia cara".

Un giorno il mondo spezzerà i cuori degli uomini, ma a Boston sono fortunati, perchè il loro cuore è trafitto tutti i giorni al Fenway Park.

lunedì 24 luglio 2017

LA LETTERA DI RUSS

Questa lettera è stata scritta da Russ Laribee. Il suo racconto e le sue emozioni in quel lontano 1982, quando fece parte della squadra del Nettuno.
R. Laribee
22-7-2017
Ho smesso di giocare per Pawtucket Red Sox (AAA) nel 1981. Mi resi conto di non avere un futuro per arrivare in Major League. In quel periodo giocavo esterno, ma a Boston c'era un trio di Hall of Famers come Fred Lynn, Jim Rice e Dwight Evans. Non avevo possibilità. Chiesi di essere ceduto, ma fu inutile. In inverno la società mi fece pervenire un contratto per il 1982, io non firmai, chiedendo sempre di essere svincolato, ma la società non accettò. Finalmente proprio all'ultimo giorno di Spring Training, quando tutto il roster era stato annunciato, trovai una lettera nella mia box-mail con scritto i termini del mio rilascio. Immediatamente scrissi varie lettere ad altri clubs annunciando la mia disponibilità per giocare. Ho avuto tante risposte, una delle quali fu una telefonata di Tom Giordano dei Baltimore Orioles, il responsabile per le trattative con i nuovi giocatori. Mi disse che era interessato, ma a quel punto della stagione l'elenco dei giocatori era già stato ultimato. Mi suggerì di andare a giocare in Italia per restare in forma e per la fine di Maggio mi avrebbe fatto giocare a Rochester (AAA degli Orioles). Non avevo mai sentito parlare del baseball in Italia e Giordano mi disse di telefonare a Tom Shopay, un ex Major-League, (Yankees e Baltimore), proveniente da Bristol, Connecticut, che viveva a circa 10 minuti di macchina da dove ero cresciuto. Parlai con Shopay e fu proprio lui ad incoraggiarmi per venire in Italia, aggiungendo che aveva avuto una buona esperienza in quel paese. (Nota: Shopay giocò a Bologna nel 1980). Mia moglie era incinta di 6 mesi, però Tom Giordano mi assicurò che alla fine di Maggio avrei giocato per i Baltimore. Alberto De Carolis, amico di T. Giordano, mi telefonò per offrirmi un contratto con la squadra di Nettuno. Accettai con l'impegno che al mio arrivo a Roma, la prima tappa sarebbe stata quella di portare mia moglie all'ospedale per accertarne le sue condizioni di salute. Andò tutto bene perchè il medico aveva studiato negli Stati Uniti e parlava bene l'inglese. Al mio primo allenamento a Nettuno le tribune erano piene di tifosi. Rimasi sorpreso pensando che era solo un allenamento. Di sicuro si era sparsa la voce che la squadra aveva il suo nuovo slugger e tutti volevano vederlo, incontrarlo. All'inizio mi sentìì emozionato poi quando entrai nel box di battuta decisi di fare un pò di spettacolo. Cominciai a colpire la pallina spedendola sopra la casa che si trovava a destra, al di là della recinzione (Nota: la casa di Ronci). Mi stavo caricando e l'unico obbiettivo era quello di battere più lontano possibile. Alla fine ricevetti tanti applausi a scena aperta. In quel periodo mi allenai duramente. Correvo tutti i giorni per 6-7-Km e alle 8-AM ero sul campo insieme a Tony LoNero, Phil Sartori e Dan Bonanno. Eravamo consapevoli di essere a Nettuno per giocare a baseball e non per fare una vacanza. Verso la fine di Maggio stavo battendo circa 450 con un homerun in quasi tutte le partite. Ricordo la gara contro L. Colabello. Molti pensavano che un lanciatore mancino ed esperto mi avrebbe neutralizzato facilmente. Sono entrato in partita col massimo della concentrazione e ottenni un homer sulla fast ball, poi un altro su un lancio curvo e un altro ancora su uno slider. Mi è dispiaciuto per Colabello perchè ho constatato che era un buon ragazzo, una brava persona. Intanto la fine di Maggio si avvicinava e non riuscivo a contattare Tom Giordano. Lasciai anche dei messaggi nella segreteria telefonica senza mai avere una risposta. Sapendo che Giordano era molto amico di De Carolis, ho capito che le cose erano cambiate. Non più Rochester, ma dovevo stare a Nettuno per tutto il campionato. All'inizio rimasi deluso, ma col passare dei giorni apprezzai molto Nettuno e la sua gente. Andavo in giro per la città con un piccolo vocabolario di lingua italiana in modo da poter comunicare con tutti. Parlavo italiano anche con gli americani della squadra e nel giro di un mese imparai abbastanza bene la lingua, tanto da essere fluido e scorrevole. Per me è stato come un sogno che si avvera. Desideravo che questa lingua diventasse la mia preferita. Sono dispiaciuto perchè al mio ritorno negli States non conoscevo nessuno con cui parlare in italiano e piano piano ho perso la capacità di farlo. Dovevo tornare in Italia anche l'anno successivo (1983), ma la squadra cambiò sponsor e di conseguenza tutti i contratti fatti in precedenza vennero annullati. Sono stato molto bene a Nettuno, ho conosciuto tante persone, tanti amici ma soprattutto non mi sono mai sentito come uno straniero. Quando camminavo sulla spiaggia, o stavo seduto in un bar, tutti mi conoscevano, mi salutavano e tanti bambini mi hanno chiesto l'autografo. Ricordo da bambino, quanto prezioso era l'autografo di uno sportivo che io ammiravo. Ho imparato quella lezione ed ora ero io a firmare gli autografi ed era bello vedere la gioia sui volti di questi kids. Non riguarda me stesso, ma riguarda proprio loro, i bambini, la loro felicità, il loro giorno importante...fu una lezione di vita. Riuscire a parlare in italiano mi ha permesso di fare domande di forte contenuto del tipo: "Cosa pensate dell'America?", oppure della vecchia Russia. Le risposte furono spesso sorprendenti e umilianti. In America si cresce col pensiero di essere dalla parte giusta, di fare le cose giuste col desiderio che tutti facciano come noi. Ci hanno insegnato ad essere solo in quel modo e non avrei potuto crescere con un pensiero diverso. Ho imparato che la gente a Nettuno vuole essere se stessa, non come noi. Ho più ricordi di Nettuno che non delle mie prestazioni nel baseball. Quell'esperienza mi ha aiutato a formare il mio carattere, le mie convinzioni, le stesse con le quali vivo oggi. Spero, allo stesso modo, di aver dato una buona impressione e di aver convinto positivamente le persone che ho conosciuto: The People of Nettuno.
                                                        Russ Laribee


sabato 15 luglio 2017

UNDER-18 GLI ANNI SUCCESSIVI

Dopo il 1972, il Campionato Europeo Juniores venne disputato ogni 2 anni. Nel 1974, in Olanda, vinsero i padroni di casa ad Apeldoorn. Non ho notizie più approfondite perchè quell'anno partecipai al raduno selettivo, ma non fui convocato per la selezione finale (sob!). L'unica nota mi viene scritta da Orlando Vegni, lanciatore e slugger della squadra di Torino: "Lanciai contro la Spagna vincendo la partita e contro l'Olanda entrai come Pinch hitter realizzando una battuta valida. Da noi lanciava C. Scerrato ma da loro lanciava un fenomeno". Il nome di questo fenomeno rimane un'incognita per ora, ma presumo che si tratti di Burt Volkerijk, colui che nella decade successiva diventera una "bestia nera" per il line-up Italiano della Nazionale Maggiore.
Nel 1975, il Campionato Europeo Under-18 non venne disputato, ma ci fu una serie di partite tra noi e l'Olanda a Rimini. Non fu un Europeo vero e proprio con la partecipazione di diverse Nazioni, si trattò invece di un confronto tra le due migliori squadre d'Europa. Vennero disputate 5 partite nell'arco di una settimana e l'Italia vinse nettamente il confronto per 4 a 1. Gli olandesi erano i favoriti per la presenza di due nuovi talenti, due lanciatori che in seguito affronteranno l'esperienza nei pro U.S.A arrivando in Classe AA: Hyzelendoor e Ronnenberg. Entrambi destri si distinsero per la velocità della loro fast-ball e per, quello che si dice in gergo, "nasty slider". Tuttavia il line up italiano si comportò in modo pregevole, ottenendo le battute valide al momento giusto (con grossa sorpresa degli olandesi). Anche qui, come nel precedente scritto, dalla vecchia cassapanca ho recuperato un articolo della Gazzetta dello Sport che descrive una delle 4 vittorie (addirittura per manifesta inferiorità). Il mattatore di quella vittoria fu Claudio Scerrato (Nettuno), che oltre a contenere le mazze olandesi, si fece notare anche in attacco. In questo torneo, voglio ricordare la figura di un altro grande hurler scomparso, un altro "Sugar Man" che, come Ezio Manni nel 1972, inflisse 17K al line up olandese. Il suo nome è Marco "Piva" Pivetta originario di Caronno Pertusella un piccolo comune dell'area metropolitana milanese. Il "Piva", come una potente locomotiva, sbuffava al momento del rilascio della pallina, la quale, nelle sue mani assumeva le dimensioni di quella da tennis. Marco, come altri, abbandonò la carriera in seguito agli infortuni al braccio. Non fu l'unico, ma a quel tempo, nella propria squadra di club, il "Piva" era il lanciatore partente della prima gara e ricopriva il ruolo di rilievo nella seconda gara. La stessa sorte accadde anche a me quando nel 1976 con la squadra di Codogno lanciai 172 riprese più 18 riprese nelle finali vinte contro Ronchi dei Legionari. Inutile dirlo, ma da lì in poi non vidi più il monte di lancio se non in qualche sporadica apparizione. Ricordo che quando capitava una bistecca e dovevo tagliare un boccone (il coltello nella mano sinistra), mi faceva male il gomito!.

Nel 1976 il Campionato under-18 si svolse a Parma. Anche in questa edizione vincemmo gli Europei. I mattatori furono entrambi parmigiani con un Claudio "Pocho" Corradi, in forte ascesa tecnica tanto che diventerà titolare di quello squadrone di Parma negli anni 80'. "Pocho" venne premiato come miglior battitore. L'altro parmigiano fu il lanciatore Stefano "Il Manzo" Manzini, forte e potente dalla collina con una fastball pesantissima e un drop micidiale. La carriera da lanciatore di Stefano, in seguito, terminò prematuramente a causa di una sempre più dolorosa epicondilite al gomito. Tuttavia Il Manzo diventerà un battitore di rara potenza tanto da meritarsi il soprannome, che sarà quello definitivo, di Stefano "Boom Boom" Manzini. Alcuni pensavano ad un nickname come "Caveman", altri invece dicevano "Rockets" perchè quando Stefano si conneteva con la pallina, quest'ultima usciva dalla mazza in costante decollo tanto che ci chiedevamo: "Ma quando scende?". Curiosamente furono proprio i giornalisti olandesi che gli diedero il soprannome di "Boom Boom" in seguito a due homers disumani nel mondiale del 1986 in Olanda che vennero sottolineati dal folto pubblico del Pim Mulier con una standing ovation.

Qui termina la mia avventura con l'Under-18. Ma non finisce qui perchè sempre in tema con la crescita di talenti italiani, nel 1980, grazie al progetto di sviluppo del Rimini Baseball, fui testimone di quella che potrei definire l'Avventura delle Avventure, oppure l'Avventura della vita. In compagnia di Paolo Ceccaroli e Davide Uberti ripercorrerò nei ricordi ciò che accadde in quel lontano 1980 a Miami. Dopo tanti anni mi sono rivisto con "Ciga" (attuale manager dei Pirati) e con Dodo e ci siamo detti: "Ma come siamo sopravvissuti a quella trasferta?". Ciao, al prossimo racconto.